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Storia della chiesa NEW

STORIA DELLA CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE ALLE FORNACI

LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE ALLE FORNACI

 

 

La chiesa di Santa Maria delle Grazie alle Fornaci, sorta per la grande devozione verso la Madonna delle Grazie, è un'interessante chiesa settecentesca da inserire tra quelle che svilupparono un gusto semplice e funzionale, caratterizzato da decorazioni "rococò".

La posa della prima pietra risale al 1694.

L'esterno e l'abside non sono stati perfezionati, forse  per lasciare in vista i mattoni provenienti dalle vicine fornaci che davano il nome alla chiesa.

Si tratta di una edificio sacro del 17OO, allora  suburbano,  con interessanti caratteristiche, unico monumento del quartiere.

La chiesa abbastanza imponente, è situata su un'alta zona di basamento con scala d'accesso a doppia rampa, insolita per Roma.

 

 

LA FACCIATA

 

Si ritiene che la facciata, come anche la chiesa, sia opera di FRANCESCO MULTO' che operava nella sfera del Raguzzini, architetto beneventano apprezzato dal papa regnante Benedetto XIII.

Eretta intorno al 1735, riflette l'incertezza stilistica dovuta alla crisi del linguaggio barocco agli inizi del 17OO. Roma vantava il trionfo del barocco, ma anche la rivoluzione borrominiana, e si avviava verso il rococò, alternativa che generava delle incertezze. In questa facciata rimane irrisolto il contrasto tra il vecchio e il nuovo, ne viene tentata una fusione con sovrapposizione di motivi decorativi "rococò" di diretta discendenza borrominiana. E' evidente la derivazione dall'oratorio

dei Filippini di Francesco Borromini: due ordini sovrapposti contrassegnati da un cornicione, scanditi da lesene; tipico il timpano flesso nelle nicchie del primo ordine e le cornici delle nicchie superiori, i capitelli e il grande coronamento curvilineo. La facciata però è piatta, ben diversa dalla modulazione della facciata concava dell'oratorio borrominiano. E' anche vero che questa facciata era condizionata dall'alto podio della chiesa e dalla scalinata.

Sulla scalinata d'accesso  una lapide ricorda la fondazione del Collegio Apostolico per le Missioni, 1721.

Il portale è sormontato da un bel rilievo, tipo  stemma araldico che raffigura la liberazione degli schiavi, finalità originaria dell'Ordine Trinitario.

L'alto timpano nasconde il tiburio poligonale che doveva racchiudere la cupola ( non innalzata).

 

 

IL CAMPANILE

 

Il campanile fu creduto opera del '700 (i primi due ordini), ma è stato iniziato nel 192O dall'Arch. PRIORI con un generico carattere borrominiano, ispirato ai motivi della facciata. Dopo una interruzione di una trentina d'anni, è stato completato nel 1951-52. Con la sua mole  si accosta un po' massicciamente all'abside esterna e all'antico campaniletto a vela. E' espressione del gusto in voga nel primo quarto di questo secolo, come si nota anche nel palazzo di fronte la chiesa.

 

 

INTERNO

 

L'interno della chiesa si presenta alquanto solenne, a pianta centrale (croce greca), un blocco unitario che avrebbe dovuto essere concluso dalla cupola mai realizzata.

Tale schema voleva rispettare l'originale cappella ottagona lignea che a sua volta aveva sostituito la celletta che ospitava il quadro veneratissimo della Madonna delle Fornaci. Vi si trovano un'abside 

profonda, sette altari, quattro cappelle inserite agli angoli dei bracci con essi comunicanti, a formare due ideali navate laterali.

Se l'impianto potrebbe dirsi cinquecentesco, sono barocche, secondo i canoni settecenteschi, le particolarità decorative, non eccessive e di buon gusto: le teste dei cherubini sulla chiave degli arconi, il bel festone floreale di stucco nel sottarco della cappella Asnaghi, i motivi alla base dei costoloni e dei peducci, elementi desunti direttamente dal Borromini e in particolare dall'interno di San Giovanni in Laterano.

Sono originalissime le "mostre" sopra le porte laterali delle cappelle.

Le tele ad olio che si trovano in questa chiesa sono state quasi tutte commissionate nel '7OO a pittori romani considerati tra i migliori in quel periodo.

 

 

LA CUPOLA - LA CANTORIA

 

La cupola, mai realizzata, presenta il cerchio del tamburo su cui poggia una calotta semisferica chiusa che all'esterno viene nascosta dal tiburio poligonale. Nei peducci sono raffigurate coppie di angeli musicanti, pittura moderna di stile liberty, dalle tinte delicate e sfumate.

Nella retrofacciata recentemente è stata collocata una grande cantoria.

 

 

CAPPELLA DI SAN GIOVANNI NEPOMUCENO, OGGI DEL BATTISTERO

 

Questa cappella, quando nel 185O la chiesa divenne parrocchia, fu trasformata in battistero. Il fonte battesimale, collocato nel 19O2 al posto dell'altare, proveniva dalla distrutta parrocchia di San Michele Arcangelo (rasa al suolo nel 1849 ad opera dei soldati di Napoleone.

L'artistico fonte battesimale, con coppa di bardiglio, ha una elegantissima linea settecentesca. E' sormontato da una snella copertura di legno intagliato dorato e dipinto, di  fine esecuzione, proveniente da Santa Maria della Luce in Trastevere.

L'altare è stato tolto;  rimane la splendida mostra, sempre di derivazione borrominiana, in laterizio intonacato di chiaro, composta da un basamento concavo e da una parte alta con architrave convessa  sorretta da colonne,  sormontata da un timpano flesso e spezzato.

Gli stucchi nei peducci del cupolino (fasci di palme) e le teste dei cherubini sulle cornici laterali fanno parte di quel repertorio borrominiano molto impiegato nella chiesa.

La pala è una tela ad olio il cui autore non è menzionato e raffigura San Giovanni Nepomuceno, un santo non trinitario, ma "in voga" nel '7OO, essendo stato santificato in quell'epoca.

Interessanti le opere laterali che rappresentano episodi della vita del santo a cui è dedicata la cappella. Sono opere di FRANCESCO SCARAMUCCIA, un pittore del '7OO (sulla scia della corrente del Carracci).

Nei quadri  spicca  una tonalità molto luminosa che crea una leggera atmosfera.

 

 

ALTARE DELLA SANTISSIMA TRINITA'

 

L'altare del transetto destro è molto monumentale e di impianto barocco. E' dedicato alla SS. Trinità e ai Santi fondatori dell'Ordine della SS. Trinità, San Giovanni de Matha e San Felice di Valois (anacoreta, collaboratore di S. Giovanni De Matha).

Anche questo altare è in muratura intonacata, con colonne dipinte a finto marmo. Sopra un'alta cornice dal timpano spezzato, poggiano due angeli in stucco e gesso.

La pala ad olio, inserita in una cornice floreale, è opera accademica di ONOFRIO AVELLINO, allievo  della scuola napoletana di Luca Giordano e del Solimena. Il disegno è preciso, accurato,

gli atteggiamenti studiati, i colori molto accesi e molto affollata l'intera composizione.

 

CAPPELLA DI SAN GIOVANNI DE MATHA

 

E' l'ultima a destra.

Nel cupolino vi sono raffigurate in quattro medaglioni scene  della vita di San Luigi Gonzaga, santificato in quel secolo.

Sull' altare, una  tela di FRANCESCO FUSI (metà '7OO).

Il quadro molto semplice, rappresenta la Vergine col Bambino che dona a San Giovanni de Matha il denaro per il riscatto degli schiavi, venerata dai Trinitari col titolo di "Madre del Buon Remedio"

 

 

L'ALTARE MAGGIORE

 

Nel centro dell'abside, l'altare maggiore ha la forma di un tempietto  dai marmi preziosi: giallo antico, verde antico, alabastro.

In alto angeli di stucco reggono una grande corona.

Questa parte della chiesa risale al 1726 ed era molto originale.

Quello che vediamo oggi è un rifacimento dell'antico tempietto che accoglieva nel suo interno la venerata effige di Santa Maria delle Grazie: il tempietto è stato spostato e addossato alla curvatura dell'abside, sollevando il tutto su un alto basamento.

In due nicchie incorniciate  sono state poste due statue in marmo di carrara raffiguranti i due Fondatori dell'Ordine Trinitario: San Giovanni de Matha e San Felice di Valois.

 

 

IL QUADRO DELLA MADONNA

 

L'immagine secentesca è opera del fiammingo GILLES HALLET, italianizzato in Egidio Allet, attivo ed apprezzato pittore della scuola romana del 16OO. Questa opera rileva la purezza  del suo stile; vi è un piacevole accostamento dei colori e una vivace raffigurazione del Bambino. La Madonna ha il mantello di una bella tonalità di azzurro che le scende sulla fronte, il viso dolcissimo accenna ad un sorriso, gli occhi sono abbassati mentre stringe protettivamente ed affettuosamente con il braccio destro il figlioletto.

Il Bambino ha un bellissimo viso ed una fisionomia inconfondibile. E' seduto con grazia ed i suoi piedini hanno una gentile posizione. Dal punto di vista coloristico, il blu, il rosso, e il rosa dell'abito del bimbo si armonizzano felicemente e rendono piacevole la composizione.

Il quadro è  molto venerato, ormai ininterrottamente da quattro secoli.

L'attuale tronetto, sontuoso e  massiccio, è del 19O2.

 

 

LA CAPPELLA ASNAGHI

 

Si deve a Giuseppe Asnaghi, ricco commerciante comasco, la decorazione della cappella che colpisce per il totale rivestimento  in marmo cottanello dal caldo color rossastro (largamente impiegato in molte chiese barocche romane,( ad esempio S. Pietro, Sant'Andrea al Quirinale).

Quest'unica qualità del marmo contraddice il gusto settecentesco-borrominiano della chiesa,  che preferisce lo stucco e le tonalità

chiare e luminose che mettono in risalto le decorazioni e danno leggerezza all'ambiente.

Notevoli i festoni di stucco dei sottarchi, di finissima fattura, che ricordano quelli borrominiani nell'interno di San Giovanni in Laterano.

Cappella interessante per il corredo pittorico di artisti tra i migliori della Scuola Romana attorno alla prima metà del 7OO.

Cupolino: Assunta di PIETRO DE' PIETRI, rovinata dall'umidità.

Pala d'altare: Sacra Famiglia con S. Giovannino del pittore romano GIUSEPPE CHIARI, migliore allievo del Maratta, pittore settecentesco molto in voga in quel secolo, attivo in Roma.

La Vergine  vestita di bianco con manto azzurro medita sulla sacra scrittura, mentre il Figlio irradiato di luce porge una croce a San Giovanni Battista alle cui spalle San Giuseppe in veste azzurra e manto marrone ha in mano le sacre scritture. Sul gruppo volteggiano angeli musicanti.

 

La Natività

(sopra la porta che immette in sacrestia)

Opera decorosa del pittore romano NICCOLO' RICCIOLINI. La Vergine ed il Bambino irradiati di luce sono raffigurati tra San Giuseppe ed un gruppo di pastori in adorazione. In alto, graziose figure di angioletti. La tela si adegua alla sagoma della porta che immette in sacrestia.

 

Riposo nella fuga in Egitto

La migliore opera  del pittore romano PIETRO BIANCHI, detto "Il Creatura", scolaro del Baciccia. Sullo sfondo di un paesaggio sfumato spicca la figura della Vergine in atteggiamento regale; adagiato sulle sue ginocchia il Bambinello posa con molta grazia e levità, mentre a proteggere entrambi vi sono San Giuseppe e un angelo dalle ampie ali che seguono la linea della figura. La preziosità di colori, la mossa eleganza dell'angelo sono ancora di gusto settecentesco, ma la compostezza statuaria della Vergine, gli accenni archeologici fanno di questo pittore un precursore del neoclassico nel passaggio di transizione dal rococò.

Il pittore morì a soli 46 anni ed il quadro fu terminato da un suo allievo.

 

I quadri inseriti nelle due lunette laterali sono del pittore romano di origine francese MARCO BENEFIAL sulla scia del Carracci.

Rappresentano: Predicazione e Decollazione di Giovanni Battista: l'imponente figura del Cristo e le turbe che ne ascoltano la parola denotano una sicura arte compositiva. Vi è un sobrio realismo; il chiaroscuro con squarcio di luce che investe il corpo violaceo del Santo esalta la drammaticità della scena.

 

 

ALTARE DEL NAZARENO

 

Altare di imitazione di quello che gli sta di fronte, di Domenico GORGIOLI.

Sotto l'altare una preziosa vasca di verde antico.

La pala sopra l'altare rappresenta il Nazareno riscattato dai Trinitari e le Sante patrone dell'Ordine della SS. Trinità, Agnese e Caterina, di ignoto pittore del 18OO. Composizione armoniosa nei colori. La figura del Nazareno è legata ad una tradizione trinitaria.

I Trinitari, in una operazione redentiva riscattarono ad Algeri, insieme a 21 schiavi, alcune immagini sacre razziate dai Turchi, tra cui una statua di Gesù Nazareno vestito con la tunica, le mani legate e la testa coronata di spine. Fondarono anche la Confraternita degli schiavi di Gesù Nazareno.

La statua di Gesù Nazareno si trova in Spagna.

 

 

CAPPELLA DEL CROCIFISSO

 

La cappella si ispira anche nell'altare a quella che la fronteggia dedicata a San Giovanni Nepomuceno.

La tela rappresenta il Crocifisso tra la Vergine, la Maddalena e San Giovanni. E' opera del pittore romano ODOARDO VICINELLI,

allievo del Morandi.

LA SACRESTIA

 

Dalla cappella Asnaghi si accede alla semplice ma bella Sacrestia, costruita insieme alla chiesa ma rifinita più tardi, insieme alla facciata e all'interno.

E' di gusto borrominiano nella struttura, ma soprattutto per le finissime decorazioni a stucco (nella volta torna il motivo della stella come in chiesa).

Molto originale è il tramezzo dall'elegante linea mossa, da cui si accede nella sacrestia, sovrastato da due bei vasi settecenteschi.

 

Il mosaico, che rappresenta il carisma dell'Ordine, riproduce quello di San Tommaso in Formis al Celio . E' stato commissionato nel 1998, in occasione dell'8°centenario dell'approvazione della regola e del 4° dalla riforma dell'Ordine, opera dell'artista -----------.

 

 

IL CONVENTO DEI TRINITARI

 

Accanto alla facciata della Chiesa sorge il Convento dei Padri Trinitari. La parte più antica è quella delimitata dalle prime tre file di finestre. Bellissimo il portare d'accesso di stile borrominiano.

Era il Collegio Apostolico per le Missioni, la cui fondazione del 1721 è ricordata da una lapide posta sulla scalinata della Chiesa.

Il collegio cessò la sua attività nella prima metà del 1800, restando semplice convento.

La costruzione, dovuta alle stesse maestranze beneventane della facciata, è caratterizzata da semplicità e funzionalità. Presenta una elegante e lunga galleria fregiata con i "simboli" dei Trinitari.

SANTA MARIA DELLE GRAZIE ALLE FORNACI

Cenni storici sull'Ordine dei Padri Trinitari, sul sito delle Fornaci e sul quadro della Madonna.

 

 

Il 1998 è stata una data significativa per l'Ordine Trinitario, presente in questa chiesa da 274 anni. Otto secoli, ottocento anni sono passati dalla fondazione dell'Ordine che è nato il 17 dicembre 1198, giorno in cui fu approvata dal papa Innocenzo III la Regola dei Trinitari.

Chi ha fondato i Trinitari: GIOVANNI de MATHA, nato in Provenza, regione della Francia, da famiglia abbiente. Si addottorò alla famosa università di Parigi, la Sorbona, diventando Maestro di Teologia, con il plauso del senato accademico. In seguito Giovanni si sentì attratto dal sacerdozio e durante la celebrazione della prima messa ebbe una visione: Cristo redentore tra due schiavi, uno bianco ed uno nero. Dio rivelò a Giovanni "il provenzale" la singolare missione a cui lo elesse. In quell'ora di grazia, il 28 gennaio 1193 nacque il fondatore dell'Ordine Trinitario per la redenzione degli schiavi. Giovanni lasciò la cattedra di teologia, si ritirò nel territorio del Meldì; là incontrò un anacoreta, Felice, proveniente dalla città di Valois, famosissimo per la sua santità. Insieme pensarono all'ordine che avrebbero fondato: l'Ordine della Santissima Trinità; il nome viene proprio dagli studi teologici del fondatore. I seguaci di Giovani de Matha si chiamarono e si chiamano Trinitari.

Siamo nel XII secolo ed una piaga affliggeva questo secolo: un male che fiaccava i corpi e gli spiriti: il commercio degli schiavi. I pirati ed i corsari facevano incursioni sulle coste e catturavano le persone, fornendo ai mercati musulmani turbe di cristiani ridotti in schiavitù. Giovanni de Matha con i fratelli trinitari andava a riscattare, cioè a pagare i musulmani affinché liberassero questi "captivi", cioè prigionieri.

Questi figli della Trinità che si attestarono dalla Francia alla Spagna, al Belgio, alla Scozia, al Portogallo, all'Italia, non solo redensero migliaia di schiavi riscattandoli con il denaro, ma curarono nei loro ospedali malati, ospitarono nelle loro case pellegrini indigenti, affiancarono le crociate e compensarono gli insuccessi di queste con i successi delle crociate di liberazione.

 

IL SITO DELLE FORNACI

 

Il sito si trova in una valle. La conformazione di Roma è proprio così: colli, colline e di conseguenza, valli. Ad esempio, la valle dell'Inferno e poi la salita di Baldo degli Ubaldi; la valle della Balduina e poi la salita che porta fino a Santa Maria della Pietà.

La valle delle Fornaci era molto ampia: da una parte aveva il Gianicolo, dall'altra i Monti della Creta, perché vi era una grandissima quantità di caolino che veniva poi lavorato. Fu una valle per lunghissimo tempo mal collegata, esclusa da interventi urbanistici, fino a quando non fu aperta la porta Posterula o del Torrione o dei Cavalleggeri (oggi murata, dopo l'apertura di Via del S. Uffizio). Posterula fu chiamata la via che dalla porta saliva fino ai monti della Creta e a via Aurelia.

Arriviamo al 145O-15OO e dalla pianta del cartografo Noli vediamo la via Posterula, lateralmente vaste vigne insieme alle fabbriche di laterizi, per cui la valle fu denominata delle Fornaci e Fornaciari coloro che lavoravano i mattoni o altro materiale per  la "fabbrica della basilica di San Pietro". Gli addetti a quell'arte, che chiameremo minore, divennero così numerosi che si costituirono in associazione sul tipo di quelle di artigiani o mercanti che erano diffuse nelle città. Così, per concorde volontà dei propietari delle fornaci, dei maestri e dei garzoni, sorse nel 1484 l'Università dei fornaciari, in cui il termine "universitas" sta per associazione di persone.

La valle si popolò. Nella pianta del Noli vediamo alcune casette, ognuna dotata di forno per cuocere i manufatti che erano messi in mostra davanti la porta di casa: mattoni, tegoli, canali, vasi, pianelle (larghi piatti), embrici, statue ecc. Gli abitanti della valle si chiamarono "Fornacini", per non confonderli con i "Fornaciari", gli addetti ai lavori nelle fornaci.

In seguito i fornaciari fondarono la loro confraternita. I confratelli pregavano, pensavano al loro trapasso, aiutavano i più bisognosi e perciò sentirono il bisogno di un luogo di aggregazione e di preghiera. Era l'anno 1552, famoso anno santo (quello di San Filippo Neri) e la confraternita chiese al Capitolo vaticano una chiesa che fu loro concessa, anche per interessamento di San Filippo.

All'altezza dell'attuale farmacia di Via Porta Cavalleggeri c'era una edicola con la figura dell'arcangelo Michele. Lì fu eretta una piccola chiesa consacrata a San Michele arcangelo che divenne la prima parrocchia della zona.

Questa chiesetta fu distrutta dai soldati del generale Oudinot nel 1849, quando cadde la Repubblica romana.

Arriviamo agli ultimi decenni del tragico 16OO che si dibatte tra carestie e pestilenze, guerre sterminatrici, torture e condanne capitali, ribellioni popolari, rivolte contadine, rivoluzioni politiche. Vi fu una grande arretratezza culturale dei più, si alimentava la superstizione che popolava borghi, campagne e città di fantasmi e di streghe. Lo Spirito Santo suscitò persone che con zelo, fervore, carità e preghiera guidarono gli spiriti verso visioni meno cupe e disperanti, alimentando la fede e la speranza in una vita migliore. Tra queste persone che, come già detto, guidarono gli spiriti verso orizzonti di pace e di preghiera, dobbiamo collocare il Sacerdote Don GIUSEPPE FARALDI. Da lui inizia la storia di questa chiesa e di questa devozione alla Madonna in un secolo di scompigli e di paure.

Don Giuseppe Faraldi, parroco della chiesa di San Salvatore in Lauro, curava con zelo le anime ma non negava ai suoi parrocchiani ed amici la ricreazione del corpo. Nei giorni di festa, d'inverno, radunava le persone nella chiesa di Sant'Anna dei Palafrenieri e d'estate le conduceva a piedi da Via dei Coronari in questo luogo tra il borgo delle Fornaci e le pendici del monte della Creta. Tra una colazione al sacco, consumata all'ombra degli alberi e l'aria dell'aperta campagna, don Faraldi rivolgeva ai gitanti la sua parola ispirata al vangelo ed alla vita dei Santi. Ben presto Don Giuseppe si trovò nella necessità di sistemare convenientemente il luogo dell'incontro per le numerose persone che si adunavano. C'era un vasto campo in pendenza; vi costruì una gradinata e alla sommità volle edificare una cappellina simile a quella della Madonna del Riposo. Da qui l'idea di collocarvi un'immagina sacra.

Una pia signora, Anna Villa, una devota che aveva incoraggiato l'opera, suggerì che l'immagine dovesse essere dipinta da una persona devota. Don Faraldi aveva un penitente devotissimo che si chiamava GILLES HALLET, italianizzato in Egidio Allet, pittore che veniva da Liegi, della scuola romana. Era l'artista adatto, perchè figlio spirituale di Don Faraldi, per dipingere Maria Interceditrice di Grazie. L'immagine, appena posta nella cappellina, suscitò ammirazione e devozione e richiamò un crescente numero di fedeli. Don Faraldi, nel giro di sei anni, riuscì a portare a termine una chiesa ottogonale in legno dipinto che sembrava in muratura ed inglobò la primitiva cappellina. Affluirono doni di tutti i generi e la cappellina fu splendidamente abbellita.

Dopo la morte di Don Faraldi, coloro che avevano collaborato con lui avevano in animo di costruire una chiesa in muratura al posto di quella di legno. Nel 1694 furono gettate le fondamenta dell'attuale chiesa con le offerte dei fedeli, ma venti anni dopo

non era ancora finita. La Provvidenza gioca il suo ruolo: l'Ordine dei Trinitari che si era propagato in tutta Europa non aveva ancora a Roma un collegio comune. Padre Michele di San Giuseppe del Convento di San Carlo alle Quattro Fontane indirizzava al papa

una supplica in cui chiedeva la concessione della nuova chiesa e i siti della beata Vergine delle Fornaci per erigervi un collegio dei missionari. La richiesta venne accordata. I Trinitari ipotecarono i loro conventi a Livorno, Milano ed Alessandria ed i denari li impiegarono nella fabbrica della chiesa e del convento.

Nel 1721 fu inaugurato il collegio missionario e nel 1725 la chiesa da Padre Stanislao del Santissimo Sacramento. Nel 1735 fu completata la facciata.

Nel 185O Santa Maria delle Grazie alle Fornaci fu dichiarata parrocchia. Aveva un territorio vastissimo ed i Padri Trinitari dovevano girarlo a piedi o a dorso di asino.

Durante l'ultimo conflitto 1940-45, in  questa parrocchia fiorirono opere assistenziali ed aiuti morali e materiali: una parrocchia che si contraddistinse per la carità.

L'anno santo del 1950, centenario della istituzione della parrocchia, i fornacini vollero ricordarlo come anno particolare, facendo riprodurre in mosaico l'immagine della Madonna delle Fornaci che collocarono  in alto nel palazzo compreso tra via delle Fornaci e Via Alcide De Gasperi.

Riportiamo in proposito dell'immagine del mosaico le parole del Prof. Gerardo Antignani, benemerito parrocchiano, scrittore, agiografo dei Santi Trinitari, autore di testi sulla Madonna delle Grazie e sulla chiesa delle Fornaci. Così dice il Prof. Antignani: "Di là, quando il sole la inonda di luce o brilla di luce riflessa, sembra che ripeta le parole ispirate del profeta Isaia: mi levai come una palma a Cades e come un roseto in Gerico, mi innalzai come un bell'ulivo nei campi e come platano in riva all'acqua".